Sequenza silenziosa

Turisti che si fotografano a vicenda in Piazza San Marco, Venezia

Una foto può essere potente, ma due foto accostate possono dire qualcosa che nessuna delle due, da sola, sarebbe stata capace di dire.

A volte lo scopri per caso: riguardi le foto e noti che due immagini, messe vicine, creano un senso: un prima e un dopo; un dentro e un fuori; un dettaglio e il suo contesto. Il significato non sta nelle singole foto, ma sta nella loro combinazione.

Il cinema lo sa da sempre: un primo piano seguito da un campo largo racconta qualcosa di diverso rispetto a due primi piani in sequenza. Cambia il ritmo cambia, cambia il respiro, cambia il senso. La fotografia può fare lo stesso, solo che pochi ci provano.

Gruppo di turisti radunati intorno a una mappa davanti all'Hotel Danieli, Venezia

L'esercizio è semplice. Scegli un luogo che conosci bene: casa tua, una strada del quartiere, il tuo luogo di lavoro. Scatta tre, quattro, cinque immagini che messe in fila tessano un filo. Non serve che ci sia azione. Non serve che succeda qualcosa di spettacolare. Basta una variazione: un cambio di distanza, un dettaglio che appare, una luce che si sposta.

Pensa bene a come iniziare e come chiudere la sequenza.

Un errore comune è pensare che la sequenza debba essere cronologica. Non è necessario. Duane Michals costruiva storie in bianco e nero riorganizzando le immagini secondo una logica emotiva, non temporale. Sophie Calle mescolava foto e testo in ordini che non rispettavano nessuna cronologia — eppure il racconto funzionava.

Mantieni un elemento costante per dare coesione: un colore che ritorna, un soggetto che si ripete, un punto di vista che non cambia. È il filo che tiene insieme le immagini e permette a chi guarda di seguire il racconto senza perdersi.

Non serve una storia complicata. Le sequenze più forti sono spesso le più silenziose.

Resti di una colazione abbandonati su un davanzale — caffè, cornetto, sigarette — davanti a una vetrina a Venezia

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